Meno ghiacciai più eruzioni?



I ghiacciai terrestri sono un agente morfogenetico importante, non solo per la loro estensione (10-11% delle terre emerse), ma, anche per l'intensità dei processi che si svolgono alla base di essi (a contatto con la roccia) e ai loro margini verso le aree scoperte sia verso il mare o i laghi in cui s'immergono. Esercitano un influsso indiretto sulle aree circostanti per mezzo dei corsi d'acqua alimentati dall'acqua di fusione e modificando il clima all'intorno.
Come abbiamo già visto in qualche post recente (http://www.geo-login.blogspot.it/2015/01/sulle-tracce-dei-ghiacciai.html), l'esistenza di queste masse di ghiaccio si deve al progressivo e durevole accumulo di neve al suolo. La graduale trasformazione della neve e la sua ricristallizzazione in ghiaccio compatto sono dovute alla pressione delle masse di neve sovrastante e a ripetuti complessi fenomeni di gelo e disgelo. L'ispessimento della massa di ghiaccio ne produce la sua stessa deformazione, generando un lento movimento verso le aree vicine per effetto della forza di gravità. Le variazioni di grandezza sono il risultato  delle variazioni climatiche e ambientali. Secondo alcuni studi recenti, lo scioglimento dei ghiacciai dovuto al riscaldamento globale trascinerebbe come se altre conseguenze.... 
Meno ghiacciai più eruzioni vulcaniche. La teoria nasce dagli studi eseguiti sul più grande ghiacciaio islandese (ed europeo) che sta scomparendo ad una velocità di 5 Kmc/anno e, questo potrebbe portare ad una più frequente ed intensa attività dei vulcani di quel paese. Secondo i ricercatori, la progressiva dissoluzione della coltre ghiacciata determinata sulla superficie eserciterebbe un allentamento della pressione sulle rocce sottostanti che a sua volta provocherebbe un aumento della velocità con cui la roccia si fonde in magma.  A partire dal 1890, il magma verrebbe prodotto ad una velocità media di circa 1,4 Kmc/anno, con un aumento del 10% rispetto al tasso di produzione di base. In Islanda, dove sono attivi diversi vulcani, l'ultima grande eruzione risale al 1996, mentre quella precedente al 1938. I dati odierni sono stati confrontati con quelli di studi più vecchi. Il magma in più prodotto (grazie, secondo  gli scienziati, allo scioglimento dei ghiacciai) porterebbe ad una diminuzione dell' intervallo temporale medio tra le eruzioni a 30 anni.  Dato indicativo e non certo, affermano ancora i ricercatori, poichè la velocità di migrazione del magma non è nota. L'assottigliamento del ghiaccio influisce variando la pressione esercitata sulla crosta e cambia la distribuzione degli stress all'interno di quest'ultima. La situazione islandese non può essere immediatamente estesa ad altre regioni vulcaniche dato che il vulcano in esame Vatnajokull, si trova esattamente al di sopra della dorsale medio atlantica dove la placca americana e quella europea si separano ed è proprio questa circostanza a far si che la diminuzione della pressione esercitata dai ghiacciai si ripercuota in modo così significativo fino al mantello terrestre. Questa teoria, però, è stata ampliata al Monte Erbus in Antartide, alle Isole Aleutine e ai Vulcani dell'Alaska. Sono proprio queste le variazioni negli stress presenti al'interno della crosta che porterebbero in futuro anche alla creazione di bocche eruttive in località inaspettate. 

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